CIBO E CULTURA

 

Comprende consigli pratici

Ricette ed articoli.
La rubrica è seguita dalla  Sig.a  Primiceri Presidente dell’unione nazionale pizzaioli.
 Inoltre  arricchita da Eventi  di  cultura  di  Spettacoli vari.

 LA RUBRICA CULTURA  E' SEGUITA  DAL  SIG. MAURO FERRARIO. 

 

 

 

Van Gogh a Vicenza.
A metà percorso
la mostra è stata ammirata da 205 mila visitatori
Ed è ai vertici delle classifiche italiane

 

Van Gogh. Tra il grano e il cielo” piace moltissimo. Tant’è che a metà esatta del suo percorso espositivo ha superato i 205 mila visitatori. E tutto fa supporre che il tam tam entusiasta, che si è creato intorno a questa mostra di Marco Goldin, sia foriero, per la seconda metà del suo percorso, di risultati altrettanto straordinari.
Per chi ama i dati “notarili”, eccone alcuni tra i molti resi noti da Linea d’ombra, organizzatore dell’evento vicentino.
Nei 92 giorni di apertura, i visitatori sono stati 205.004, a comporre una media giornaliera di 2228 persone. La maggioranza di loro (59%) ha scelto di giungere alla Basilica Palladiana già munito di prenotazione, avendo quindi la certezza di non incorrere in alcuna coda.
Dato che si commenta da sé è quello dei 47.727 visitatori tra il 26 dicembre e il 7 gennaio, che ha collocato Vicenza al primo posto tra le mostre più frequentate nel periodo delle Festività.
Interessante l’analisi delle provenienze. Al di là del naturale flusso dal Veneto, spicca, al quarto posto, Milano, seguita da diverse città dell’Emilia Romana e via via da tutti i territori italiani.
Il Van Gogh vicentino è anche un successo di critica. Nazionale ed internazionale. Dato, quest’ultimo, confermato dalla presenza in Basilica Palladiana di un nucleo molto importante di visitatori provenienti da Germania, Austria, Slovenia, Croazia, Francia e Spagna, in particolare. Si calcola che questa presenza estera pesi attorno al 5 per cento.
“Van Gogh. Tra grano e cielo” mette la voglia di approfondire. Lo dimostrano i dati del book shop, per i cataloghi (già vendute più di 6 mila copie), ma anche per il volume sulle “Lettere di Van Gogh”, i dvd del film “Van Gogh. Storia di una vita” e per il prezioso volume di Goldin, illustrato da Matteo Massagrande “Discorso sull’anima”. Tra i soggetti più amati dal pubblico come cartolina o manifesto ricordo: Campo di papaveri, Il Ponte di Langlois, Salici potati al tramonto e Il giardino dell’Istituto.
Goldin, ideatore, curatore ed organizzatore della grande esposizione vicentina, non nasconde la sua emozione di fronte al consenso unanime ottenuto dalla mostra. "Quasi inutile dire la felicità, solo a metà percorso, per i dati che abbiamo presentato oggi a Vicenza. Ma al di là dei numeri, ciò che mi preme di più sottolineare, perché è quanto speravo, è la grande adesione di sentimento e d’anima che il pubblico ha finora dimostrato. Un'esposizione che da un lato si basa sulla precisa ricostruzione storica della vita di Van Gogh attraverso la sua opera e le sue lettere a Théo, e dall’altro affonda le sue radici in un contatto d’anima che il pubblico ha perfettamente colto, spesso commuovendosi. Attraverso i disegni, i dipinti, ma molto anche per il film sulla sua vita che si vede nell’ultima sala in Basilica Palladiana e anche con il progetto, che ho realizzato tra poesia e pittura con Matteo Massagrande e i suoi sette quadri, sul Canto dolente d’amore. Sono felice di questo viaggio nell’anima che stiamo facendo tutti insieme e che ancora per tre mesi faremo a Vicenza”.Commenta il sindaco di Vicenza Achille Variati che a Linea d'ombra dal 2012 ad oggi ha affidato l'organizzazione di quattro grandi mostre in Basilica Palladiana: "Orgoglio, soddisfazione, fiducia che anche i prossimi mesi confermeranno questi straordinari risultati. Sono questi i sentimenti che provo nello scorrere gli incredibili numeri totalizzati fin qui dalla mostra su Van Gogh. Abbiamo fatto bene a credere nei grandi eventi curati dal professor Goldin. La città si è fatta conoscere, ha aumentato la propria attrattività ed è diventata essa stessa più forte sotto il profilo culturale. Come sindaco, inoltre, ritengo fondamentale il dato sui 55 mila biglietti prenotati dalle scuole, di cui 28 mila di Vicenza: portare i ragazzi, e soprattutto i bambini, a vedere opere d'arte dovrebbe essere un obbligo istituzionale, perché una generazione che cresce educata alla bellezza offrirà al Paese cittadini migliori".
Aggiunge il vicesindaco e assessore alla crescita del Comune di Vicenza Jacopo Bulgarini d'Elci: "Ci avviamo ad un record assoluto anche per la Basilica palladiana che, dalla riapertura dell'ottobre del 2012 alla chiusura di questa mostra, avrà raggiunto i 2 milioni di visitatori, collocandosi - anche grazie ai numeri di questi giorni - tra i primi spazi espositivi italiani. Questi risultati, accanto alla costante crescita dei visitatori della città e dei suoi musei, dimostrano che il modello dell'equilibrio tra il grande evento di successo nazionale e l'attività di promozione culturale quotidiana ha funzionato, con un indotto su cui ragionare in termini di promozione, posti di lavoro, iniezione di fiducia assicurata al territorio in anni particolarmente difficili. Sarebbe importante non disperdere, ma preservare il grande lavoro fatto in questi anni". 

Venerdì 3 novembre, ore 11.30
Vicenza, Palladio Museum, Contra Porti 11
Il Teatro Olimpico di Tiepolo: per la prima volta svelati al pubblico sette capolavori di Giandomenico Tiepolo “palladianista”.
Sette straordinari affreschi di Giandomenico Tiepolo (1727-1804) da oltre cinquant’anni anni erano conservati nelle residenze dei proprietari che coraggiosamente li salvarono dalle distruzioni belliche. Oggi gli eredi, convinti dell’opportunità di un godimento pubblico di tali capolavori, li hanno destinati al Palladio Museum. Ad essi viene dedicata una mostra, realizzata grazie alle competenze e alla collaborazione della Soprintendenza di Verona diretta da Fabrizio Magani, che la cura insieme al direttore del Palladio Museum, Guido Beltramini.

In questa vicenda s’intrecciano più storie. Quella della straordinaria arte dei Tiepolo, in grado di trasformare dalla radice la tradizione frescante veneta. Quella della difesa del patrimonio artistico negli anni cupi della seconda guerra mondiale. Ma esiste una terza storia che lega in modo indissolubile gli affreschi di Palazzo Valmarana Franco agli studi palladiani: essi infatti sono realizzati due decenni dopo la straordinaria decorazione di Villa Valmarana ai Nani, per il figlio del committente, Gaetano Valmarana. Nella dimora suburbana a poca distanza dalla Rotonda palladiana, per il padre Giustino Valmarana, i Tiepolo celebrano la naturalezza di una vita “moralizzata” in campagna. Vent'anni dopo, in città, a poca distanza dal Teatro Olimpico, il registro è completamente diverso: Tiepolo concepisce per il figlio una riedizione in pittura della magnificente scena del teatro all’antica di Palladio adottando non più il registro lieve e scherzoso della vita agreste ma il linguaggio aulico, monocromo ma nondimeno guizzante, della vicina architettura palladiana.
“Siamo orgogliosi di poter contribuire alla cultura della nostra città – dichiarano Camillo e Giovanni Franco, proprietari degli affreschi – con una parte della storia della nostra famiglia”. Fu fra l’altro Fausto Franco, zio dei generosi proprietari e Soprintendente ai Monumenti, a seguire il salvataggio degli affreschi di famiglia nel 1945. Dieci anni dopo lo stesso Franco, insieme – fra gli altri – a Rodolfo Pallucchini, Anthony Blunt, Rudolf Wittkower e André Chastel, fu fra i tredici fondatori del primo Consiglio scientifico del Centro palladiano, coordinato da Renato Cevese.

“Si tratta di una iniziativa lodevole e assai opportuna – dichiara Fabrizio Magani – in considerazione delle effettive distruzioni che gli affreschi di Tiepolo hanno subito a Vicenza durante la guerra. È importante quindi che oggi divenga fruibile al pubblico una parte importantissima del Tiepolo sopravvissuto”.

Le opere saranno allestite nella Sala delle Arti al piano nobile di palazzo Barbarano, in continuità con le sale espositive del Palladio Museum. “In questo modo – dichiara Howard Burns, presidente del Consiglio scientifico del Centro palladiano – il museo ribadisce la propria natura di autentico ‘museo della città’, luogo dello studio ma anche della conservazione dei reperti della memoria urbana nei suoi aspetti più significativi”.

La mostra, che aprirà al pubblico venerdì 3 novembre, sarà accompagnata da un catalogo con contributi di Fabrizio Magani (Soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza), Guido Beltramini (direttore CISA Andrea Palladio), Luca Fabbri, Maristella Vecchiato e Giovanna Battista (Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza).

In occasione della mostra, per ampliare l'opportunità di conoscenza del grande artista veneto, il Pallado Museum e Villa Valmarana ai Nani offrono una reciproca riduzione sui biglietti d’ingresso.


I sette affreschi di Giandomenico Tiepolo in mostra al Palladio Museum


A Maria Luisa Pacelli il Premio Allegrini 2017
A riconoscimento del livello delle proposte di Ferrara Arte
in Palazzo dei Diamanti



Maria Luisa Pacelli, direttore di Ferrara Arte e direttore delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, è la vincitrice del Premio Allegrini “L’Arte di mostrare l’Arte” 2017.
La cerimonia di premiazione si terrà a Fumane di Valpolicella, sede dell’azienda vitivinicola Allegrini, il 25 ottobre.
Maria Luisa Pacelli, e con lei Ferrara Arte e l’intera città di Ferrara, vanno così ad aggiungersi agli illustri vincitori delle precedenti edizioni: Paola Marini e Bernard Aikema per l’esposizione “Paolo Veronese: l’illusione della realtà”; Salvatore Settis, Rem Koolhaas e Fondazione Prada per la mostra “Serial/Portable Classic” e Luca Massimo Barbero, curatore della mostra ”Da Kandinsky a Pollok. La grande arte dei Guggenheim”, Davide Gasparotto, Rodolfo Tura e Guido Beltramini, in quanto curatori della mostra “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento”.
Il Premio a Maria Luisa Pacelli va al di là del riconoscimento per una singola iniziativa espositiva.
Vuole riconoscere l’insieme delle proposte espositive che Ferrara Arte organizza in Palazzo dei Diamanti. Mostre di ricerca, come l’attuale dedicata a “Carlo Bononi. L'ultimo sognatore dell'Officina ferrarese” (sino al 7 gennaio 2018) e le recenti “De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie” e “Orlando Furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, unanimemente celebrate dalla critica e, allo stesso tempo, amate da un vastissimo pubblico.
Con l’assegnazione del Premio a Maria Luisa Pacelli, il riconoscimento va ad una “eccezionale professionista, una donna capace di prendere su di sé un’eredità impegnativa, di aggiornarla e rinnovare una formula vincente, traghettandola nella stagione non facile della crisi economica internazionale”. E, al medesimo tempo, ad una “città che ha scommesso concretamente sulla cultura come motore di sviluppo e collante di un tessuto civico”.
A far pendere il giudizio unanime della Giuria verso Maria Luisa Pacelli e il “sistema Ferrara” è il modello virtuoso del capoluogo estense nel panorama italiano.
“Ferrara è modello di politiche culturali locali capaci di coniugare la storia di un territorio con le correnti artistiche internazionali, rendendo partecipi i cittadini di un processo di arricchimento culturale innescato da mostre oculatamente progettate e sapientemente curate. Ferrara – continua la motivazione - è una delle città italiane che, con maggiore determinazione e successo, ha perseguito la difficile via di una proposta culturale di alto profilo legata alle mostre, incardinandola a due assiomi: progettualità con gestione pubblica diretta e ricerca di una redditività coniugata alla qualità dei contenuti”.
Ed è su questo tema che sarà focalizzata la Lectio Magistralis che Maria Luisa Pacelli terrà in occasione della cerimonia di conferimento del Premio. Il suo intervento verterà su “Le mostre come motore di crescita e identità. Esperienze di una città che ha scommesso sulla cultura”.

www.palazzodiamanti.it

Seminario Theta Healing Base 2,3,4 giugno 2017 - Milano

Sono Tre giorni pieni di corso in cui viene insegnata la tecnica completa. Cosa si impara? Importantissima è la tecnica degli scavi, cioè trovare i programmi inconsci delimitanti e come accedere all'inconscio attraverso la meditazione Theta. Si impara come cambiare queste impressioni, ricordi, brutte esperienze, recuperando però l'insegnamento ricevuto e come inserire dei programmi più belli e funzionali, ad esempio come sentirsi sempre amati, rispettati e voluti ecc... Si va nel momento in cui si era nell'utero e si cancellano le brutte impressioni che abbiamo ricevuto, e si impara come invece sentirsi amorevoli e protetti, e ovviamente cambiando il passato, si può costruire un nuovo futuro. O si cambia il modo in cui il nostro futuro si svolgerà e verrà percepito. Si impara a vedere i nostri geni, si cambiano i programmi sulla vecchiaia e si attiva il gene di vitalità e giovinezza, si impara a comunicare con i nostri angeli custodi, a ritirare le radiazioni nocive dal corpo e dagli ambienti, si impara a lavorare su noi stessi e sugli altri. Si impara a fare letture all'interno del corpo e sul sistema delle persone, a comunicare con il Creatore di tutto ciò che è, a fare guarigioni a distanza. Si attivano i filamenti fantasma del DNA e si impara a lavorare sulla linea genetica, liberando anche gli avi delle credenze limitanti di famiglia. Si impara a leggere il futuro e a sapere che cambia a seconda dell'evoluzione e delle lezioni imparate. Quindi che possiamo migliorarlo migliorando noi stessi..[....]

 

Per il programma completo del corso potete leggere: https://www.facebook.com/events/308886546220519/

 

 

La prenotazione è obbligatoria a sara@saraverderi.com 

NEWSLETTER GIUGNO 2017

2/3/4 giugno - Seminario Theta Healing Base Milano

16 giugno - Serata esperienziale di Theta Healing presso progetto Moebius con metavisione 

Dall'8 al 24 giugno - Seminario Anatomia Intuitiva Theta Healing Milano 

7 e 28 giugno - Incontri privati da City Zen

 

29 giugno - Serata da City Zen di lavoro tutti insieme: "Il Sogno Lucido"

Fondamenta Zattere Ai Saloni 47 – 30123 – Venezia

Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia e a un anno dalla scomparsa, la mostra ideata e promossa dalla Galleria d'Arte Maggiore G.A.M. per gli spazi di Art Warehouse Zattere vuole rendere omaggio a Pirro Cuniberti, una delle grandi figure dell'arte italiana, imponente ma discreta, capace di far proprie le suggestioni di respiro europeo per proporre un lavoro che si muove con orginalità nel mondo della pittura, o meglio del disegno. La mostra, a cura di Francesco Poli, intende infatti seguire la scelta operata dall'artista di abbandonare la tela per dedicarsi esclusivamente alla realizzazione di lavori su carta, prediligendo la piccola dimensione. In mostra una selezione di lavori realizzati su fogli del medesimo formato, il classico A4, che si trasformano così nelle tessere di un mosaico con cui ricomporre il pensiero e il linguaggio visivo inconfondibile dell'artista. Il catalogo edito da Silvana Editoriale è arricchito da un contributo critico di Flaminio Gualdoni. E' sulla superficie del foglio che Cuniberti sviluppa con leggerezza ed equilibri armonici il suo alfabeto immaginario costituito dagli elementi base del linguaggio pittorico (il segno, la linea, il punto, ma anche lettere e numeri) con cui dar vita a paesaggi, nature morte e figure libere. Forme sospese a confine con il mondo dell'immaginazione e della memoria, storie che si snodano senza la costrizione di dover rispondere ad un ordine logico ma piuttosto apparizioni allusive, colte velocemente nel loro manifestarsi e fissate quindi per sempre sulla carta da tracce di grafite e ombre di colori. Ciò che emerge chiaramente dai lavori in mostra è l'ispirazione all'arte di Paul Klee, che Cuniberti potè ammirare proprio alla Biennale di Venezia nel 1948. “Quando ho visto Van Gogh sono quasi svenuto, ma poi ho visto i quadri di Paul Klee e i miei piedi non toccavano terra”. A partire dall'opera del grande maestro, Cuniberti ne traforma i tratti più geometrici in un linguaggio più fluido e in un universo aperto all'improvvisazione in cui rintracciare anche una sempre acuta ironia. Opere dai "segni duri, segni morbidi sfumati, segni che racchiudono forme nitide, segni che alludono, segni sgranati, segni da brivido..." come amava definirli l'artista stesso.L'idea della mostra è quindi quello di creare un tracciato che si gioca tutto all'interno di un “paese dei segni” lirico, ironico e magico, in cui l'artista si muove con passo leggero portando alla nostra attenzione di volta in volta un paesaggio dai toni fiabeschi, un mondo privato ed intimo, un percorso segreto che però diventa reale grazie alla sua pittura “esatta e allusiva” come la definì Francesco Arcangeli. Un ricerca inesauribile portata avanti da un artista “paziente come un archeologo, preciso come uno scienziato, oscuro e fantastico come un alchimista”.Pier Achille Cuniberti, detto Pirro, nasce a Padulle di Sala Bolognese il 10 settembre 1923. Dal 1945 al 1948 è allievo all’Accademia di Belle Arti di Giorgio Morandi e Giovanni Romagnoli. Diplomatosi nel 1948, in quello stesso anno visita per la prima volta la Biennale di Venezia, esperienza fondamentale per la sua carriera artistica. Nel 1949 segue il corso di Virgilio Guidi e realizza molti disegni, pastelli, tempere su carta, piccole tele a olio, ma di questa fase iniziale distruggerà tutto. Nel 1952 inizia ad utilizzare la penna a sfera con la quale realizza disegni, sulla carta da macchina, che approdano all’astrazione. Tra mostre personali e collettive, il suo lavoro viene esposto in importanti sedi istituzionali, come la Galleria d'Arte Moderna, Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, il Musée d´Art Moderne de la Ville de Paris e il Centre George Pompidou a Parigi, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Si spegne a Bologna il 5 marzo 2016.

 

orari di apertura: 11.00 - 18.00

QUANTE STORIE! – Teatro Menotti, Milano – 11 / 16 ottobre 2016

 

Oggi vorrei parlarvi di un piccolo spettacolo in anteprima nazionale: QUANTE STORIE!, scritto e interpretato da Vauro Senesi e Barbara Alberti con la supervisione ai testi e la regia di David Riondino. 

Barbara Alberti è una donna poliedrica: scrittrice con una trentina di libri all’attivo, soggettista e sceneggiatrice (ricorderei tra i tanti film Il Portiere di Notte di Liliana Cavani), opinionista televisiva, responsabile di rubriche di posta dei lettori e anche conduttrice radiofonica, nota agli ascoltatori di Radio 24 per la rubrica domenicale La guardiana del faro.

Il disegnatore Vauro è invece conosciuto come fondatore insieme a Pino Zac e Vincino de Il Male alla fine degli anni ’70, collaboratore di altre riviste (satiriche e non) tra le quali citerei almeno Linus, Cuore e il Venerdì di Repubblica, vignettista de Il manifesto prima e de Il Fatto Quotidiano poi, ma soprattutto per essere stato ospite fisso delle trasmissioni Annozero e Servizio Pubblico di Michele Santoro. 

La coppia Vauro / Alberti può sembrare strana ma è molto ben assortita perché in un certo senso complementare. Da una parte abbiamo un uomo di sinistra sanguigno, impegnato nel giornalismo (anche come inviato di Peacereporter), in politica, nel sociale e in attività umanitarie con l’ONG Emergency, dall’altra una donna arguta, elegante e di classe, laureata in filosofia, responsabile di una rubrica di posta del cuore. Li accomunano sicuramente il lavoro (entrambi scrivono per Il Fatto Quotidiano), l’ironia e l’autoironia. 

I due protagonisti si alternano sul palco raccontando e raccontandosi in prima persona (pochi sono i momenti in cui li vediamo assieme): entrambi portano le proprie esperienze, il proprio vissuto e le proprie storie, diverse e per l’appunto complementari.

 Vauro ci parla di storie di satira e di potere, passando in rassegna alcune delle sue vignette, e ci induce a riflettere su cosa sia il rispetto del “buongusto” e chi lo decide. Cosa è più di cattivo gusto? Una vignetta amara sul terremoto dell’Aquila del 2009 (che gli è costata la sospensione dalla RAI) o sentire una intercettazione telefonica con due imprenditori che “ridono ciascuno nel proprio letto” mentre pensano ai soldi che guadagneranno con la ricostruzione? A proposito dei limiti della satira, vi consiglio l’editoriale di questo mese di Mario Cardinali, direttore de Il Vernacoliere e grande esperto in materia.

 Ma Vauro ci narra anche della sua infanzia, della sua formazione, di cosa significhino concetti ora in disuso come la lotta di classe, la destra e la sinistra (sulle sue opinioni può concordare o meno, ma offrono spunti molto interessanti per una discussione), ma anche di storie di bambini incontrati a Baghdad oppure a Chernobyl, fissate in fretta con una matita per paura di dimenticarle o registrate su dei video, che ci parlano più in generale del nostro rapporto con il mondo.

 Barbara Alberti invece ci racconta con ironia dell’universo femminile, partendo dalle storie viste per anni gestendo una rubrica di posta del cuore, dove spesso le donne vogliono confidarsi più che cercare un aiuto. Però ci fa notare come le donne siano prigioniere delle convenzioni della società sia in oriente che in occidente. Da una parte le vediamo costrette al velo se non addirittura al burqa, a una vita senza istruzione o carriere lavorative. Dall’altra invece le cose vanno certo meglio, ciononostante la società propone e praticamente impone un modello di donna eternamente giovane e bella ma di scarso cervello, e anche qui gli spunti di riflessione per gli spettatori non mancano di certo.

 Barbara Alberti ci narra anche una strana e interessante storia alternativa della Vergine Maria, intelligente, ribelle e assetata della conoscenza che alle donne dell’epoca (ma non solo) era negata, e che non è poi così contenta di dover portare in grembo il figlio di Dio.

 

 

LA PELLE DELL’ORSO – Cinema Anteo, Milano – 26 ottobre 2016

 

Il Cinema Anteo di Milano ha organizzato una proiezione in anteprima del film La pelle dell’orso (in uscita nelle sale il 3 novembre) seguita da un incontro con il regista Marco Segato, l'attore protagonista Marco Paolini e il produttore Francesco Bonsembiante.

 

Il film prende spunto dal libro omonimo di Matteo Righetto per raccontarci la storia, ambientata alla fine degli anni ’50, di una piccola comunità delle Dolomiti sconvolta dalla presenza di un grosso orso che uccide il bestiame e che i paesani, con un misto di paura e superstizione, chiamano “el diàol”, il diavolo.

 

Della comunità fanno parte Domenico, un ragazzo di quattordici anni, e suo padre Pietro, che col procedere del racconto si scopre essere un reduce della Seconda Guerra Mondiale, ex galeotto e con la moglie morta suicida, che trova nel vino il solo conforto per la sua solitudine. Per riguadagnare il rispetto dei compaesani, in un sussulto d’orgoglio e dignità una sera all’osteria si offre di cacciare e uccidere l’orso. La scommessa fatta con il suo datore di lavoro è crudele: in caso di successo Pietro guadagnerà 600.000 lire, in caso di sconfitta dovrà lavorare un anno gratis nella cava del paese.

 

Pietro quindi si avvia per le montagne a caccia dell’orso, poco dopo sarà invece Domenico a partire alla ricerca del padre. Questa sarà la sua occasione, superate le difficoltà iniziali, di stabilire finalmente un rapporto con un padre così difficile, per arrivare infine uniti allo scontro finale con “el diàol”.

 

Si tratta di un’opera prima: Marco Segato ha un passato da documentarista ma è alla sua prima esperienza come regista (pur avendo già lavorato come assistente di Carlo Mazzacurati, a cui questo film è dedicato), e anche Marco Paolini è al suo debutto in un ruolo da protagonista al cinema dopo una lunghissima carriera teatrale. Questo film è il prodotto del lavoro di un gruppo ristretto e molto affiatato: infatti la sceneggiatura è stata scritta da Segato e Paolini insieme a Enzo Monteleone, e la produzione affidata alla Jolefilm (la casa dello stesso Paolini) insieme a RaiCinema.

 

Il risultato è un film asciutto ed essenziale, con una grande attenzione per il dettaglio, dove i boschi delle Dolomiti (il film è stato girato prevalentemente in Val di Zoldo) con il loro silenzio fanno da opportuna e necessaria cornice (un po’ sul modello di certi film di genere come i western, per stessa ammissione del regista) a una comunità di montagna abituata alla vita dura dove le poche parole pesano come macigni.

 

Citando dalle note di regia di Marco Segato “Il film racconta la grandezza del piccolo uomo mentre affronta la grande bestia, il superamento di quella linea d’ombra che segna l’uscita dell’uomo dall’età dell’innocenza per entrare in quella delle grandi sfide contro i mostri della natura e dello spirito. Oltrepassi la linea e non sei più lo stesso. E così sarà per Domenico. Le prove della vita non si superano senza coraggio, il coraggio per combattere non solo l’orso ma anche il dolore per una perdita e la paura del futuro. Temi e strutture presenti nei grandi romanzi americani, da Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain ai racconti di Ernest Hemingway e Jack London. A questi riferimenti si sovrappone l’epos antispettacolare dei racconti e dei romanzi di Mario Rigoni Stern, una lezione importante soprattutto per la descrizione dei boschi, delle montagne e delle vite degli uomini che li abitano. Uno stile che si sofferma sulla contemplazione della natura, sui piccoli gesti, sui momenti sospesi, attento alle vite degli uomini semplici e alla loro relazione con il mondo contadino.”

 

Personalmente ho apprezzato questa storia fatta di silenzi e sguardi più che di dialoghi, che ben descrive il mondo delle comunità di montagna e dove tutti i personaggi, anche negativi, hanno una propria dignità. La fotografia ed il montaggio (i montatori sono fior di professionisti che hanno lavorato con Moretti e Mazzacurati) rendono giustizia ai paesaggi, tanto belli quanto aspri. I costumi invece vengono almeno in parte dal guardaroba della popolazione del luogo (utilizzata anche come comparse), che ha aperto spontaneamente gli armadi, a detta del regista, per aiutare la troupe dopo aver capito lo spirito del film.

 

 

Gli attori sembrano tutti a proprio agio, anche se non deve essere stato facile per Marco Paolini passare da un teatro di narrazione a un film dove deve centellinare le parole interpretando un personaggio lontano dai suoi standard. Decisamente promettente anche il giovane Leonardo Mason nella parte di Domenico. In sintesi, un film consigliato, anche perché pur con alcune imperfezioni rappresenta un tentativo ben riuscito di fare qualcosa di diverso rispetto al prodotto standard del cinema italiano contemporaneo.

MATTHEW LEE – Blue Note, Milano – 22 settembre 2016 

Stavolta non parliamo di un mostro sacro della musica, ma della prima volta al Blue Note di Milano di un giovane: Matthew Lee, nome d’arte di Matteo Orizi, musicista e cantante pesarese classe 1982. 

Pianista di formazione classica, si è però presto innamorato del Rock & Roll anni ’50 e per questo motivo – dice – è stato radiato dal conservatorio di Pesaro. Al suo attivo non abbiamo partecipazioni ai talent show, che purtroppo sembra stiano diventando l’unico modo per i giovani di sfondare nel mondo della musica, ma qualche ospitata televisiva di qualità (con Renzo Arbore e Red Ronnie) e soprattutto tanti concerti dal vivo per farsi le ossa davanti a un pubblico vero. 

Matthew Lee si è presentato sul palco del Blue Note con un pianoforte a mezza coda e una band di sei elementi (chitarra, basso, batteria e tre ottoni) per suonare un misto di cover – principalmente Rockabilly - e di pezzi scritti di sua mano. 

Chi non abbia dimestichezza con la musica anni ‘50 potrebbe trovare strano l’accostamento tra il pianoforte e il Rock & Roll, tradizionalmente associato nell’immaginario comune con la chitarra elettrica. Ma tra i pionieri di questo genere ci sono stati non solo chitarristi, ma anche pianisti di grandissimo talento musicale ma anche scenico: ad esempio Fats Domino, Little Richard e Jerry Lee “the Killer” Lewis. Matthew Lee si ispira proprio allo stile di questi tre artisti, e non mi riferisco solamente alla musica, ma anche al modo di stare sul palco, e vedendolo in azione capirete che il nome d’arte non è stato scelto a caso. Infatti, proprio come faceva “the Killer”, Matthew Lee si diverte a suonare il pianoforte in modo decisamente teatrale: alzando molto le mani, di spalle, sdraiandocisi sopra o addirittura coi piedi Lo stile è anticonvenzionale ma molto efficace, le cover a prova di bomba (piccola e doverosa citazione per It’s now or never di Elvis Presley, a sua volta rifacimento di ’O sole mio, questa volta riarrangiata per stessa ammissione del pianista “dando una spinta al metronomo”) e la band di supporto di buon livello: sfido perciò chiunque a non farsi trascinare dal ritmo di questo tipo di musica. Se ci fossero stati i miei genitori avrebbero sicuramente spostato i tavolini per ballare un po’ di quello che loro chiamavano Boogie woogie.Anche i pezzi scritti da Matthew Lee (scelti con accuratezza, pochi ma buoni) si fanno ascoltare con piacere, quindi credo e spero che il ragazzo abbia una buona carriera di fronte a sé anche come autore.

 

 

Davide Van de Sfroos – Folk CooperaTour  – Carroponte , Sesto San Giovanni – 2 settembre 2016. 

Dopo due mostri sacri della musica americana mi sembra corretto dedicare un po’di spazio a un artista nazionale con ormai quasi vent’anni di carriera come Davide Van de Sfroos, che a dispetto della sua poetica strettamente radicata al territorio di origine (la zona del lago di Como) grazie al suo talento ha saputo uscire dai confini della Lombardia per conquistare un buon successo a livello nazionale: oltre ai riconoscimenti del Club Tenco bisogna ricordare anche una partecipazione – nel 2010 – al Festival di Sanremo con un inaspettato quarto posto. 

Il nome d’arte Van de Sfroos, dalle sonorità vagamente olandesi, è in realtà un espressione in dialetto comasco “laghée” che si può tradurre con Vanno di frodo. Como è stata infatti per decenni terra di contrabbandieri, che sbarcavano il lunario trafficando con la vicina Svizzera, e i cosiddetti spalloni (perché la merce all’epoca si trasportava di notte e a spalla) sono infatti i protagonisti di diverse canzoni di questo artista. 

Le sue canzoni, in italiano o in dialetto, spesso parlano del piccolo universo del lago di Como e delle zone limitrofe, di povera gente come artigiani, camionisti, contrabbandieri, pescatori o minatori, ma sono sempre caratterizzate da una grande abilità nel raccontare le storie e tratteggiare i personaggi, che si vede anche nei libri pubblicati dal cantautore. 

L’uso del dialetto non è fine a sé stesso bensì strumentale e legato alla storia raccontata. Citando da una vecchia intervista dell’artista comasco: “C’è assolutamente il vantaggio della metrica e dell’immediatezza e soprattutto del parallelo diretto con la storia che stai raccontando. Come dire: se ti racconto una storia tradotta è una cosa, se ti racconto la storia nella lingua in cui è accaduta o nella lingua in cui te l’hanno raccontata, questa ha più forza. Ovviamente dall’altra parte magari non è comprensibile immediatamente a tutti. Però sfido chiunque: una canzone dei Tazenda, in sardo, è potente proprio perché viene da quella terra […] Cioè, praticamente: la forza di una terra, di un territorio, visto che scegli quel teatro come… praticamente come racconto, ha bisogno dei suoni di quella terra; poi l’arrangiamento lo fai con la musica che vuoi, ma almeno la storia la prendi con quella lingua.”. 

Anche il lato musicale è sorprendente: ci sono ovviamente influenze folk e country, ma tra se pensiate che un musicista dialettale con profonde radici nel territorio debba essere un po’provinciale provate a domandargli quali sono i suoi dischi preferiti: potrebbe sbalordirvi citando London Calling dei Clash oppure S&M, l’album dal vivo dei Metallica con la San Francisco Symphony Orchestra. 

D’altra parte Il camionista Ghost Rider protagonista dell’omonima canzone tiene in cabina i dischi di Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson ma anche di Jimi Hendrix, mentre su La machina del Ziu Toni, immobile nel fienile, sognando futuri viaggi i ragazzi ascoltano Black Sabbath, Rolling Stones e Ramones 

Qualcuno ha cercato di etichettare politicamente questo artista, magari sfruttando il fatto che scrive buona parte delle canzoni in dialetto, ma da persona intelligente (come ha dimostrato di essere nelle interviste o nella trasmissione radiofonica Il cacciatore di dischi che ha condotto per la radio nazionale svizzera RSI 1) ha sempre rifiutato queste etichette chiedendo di essere giudicato per quello che scrive.

Non avendo nuovi album da presentare, con la scaletta del Folk CooperaTour (dove non è accompagnato dalla sua solita band ma da un giovane e interessante gruppo folk lecchese, gli Shiver), Davide Van de Sfroos ripercorre i suoi ultimi quindici anni di carriera, presentando i brani in rima e regalando due cover inaspettate: You shook me all night long degli AC/DC e Redemption song di Bob Marley.

 

Il Carroponte non ha certo il fascino di Villa Arconati, però si trova in una posizione strategica, facilmente raggiungibile in auto o con i mezzi pubblici, e propone concerti di qualità a prezzi abbordabilissimi. Quindi i fan milanesi di Davide Van de Sfroos si sono mobilitati numerosi per questa serata: difficilmente ho visto un pubblico così caldo, e gli artisti sul palco hanno risposto con oltre due ore di ottima musica. Perciò, uno spettacolo decisamente consigliato. 

Bruce Springsteen - The River Tour 2016 – Stadio Giuseppe Meazza , Milano – 5 luglio 2016

 

Lo Stadio Meazza di Milano ha ospitato due delle tre date italiane del The River Tour 2016 di Bruce Springsteen e mi potevo certo fare sfuggire l’occasione di vedere “The Boss” a pochi passi da casa. 

Bruce Springsteen è un altro artista che non ha certo bisogno di presentazioni: il suo debutto discografico risale all’ormai lontano 1973 e nonostante la discografia sia abbastanza scarna in proporzione alla durata della carriera, la produzione effettiva è sterminata perché Springsteen ha sempre avuto l’abitudine di proporre nei suoi concerti di durata proverbiale anche le molte canzoni scartate per gli album da studio. Questa particolarità lo ha reso il re dei bootleg, cioè delle registrazioni “pirata”, amatoriali o a volte semiprofessionali, effettuate ai concerti che circolano tra i fan. 

“The Boss” inoltre non si è mai risparmiato nelle esibizioni dal vivo, lunghissime e coinvolgenti, e i suoi fan lo adorano per questo. Basti ricordare che il suo primo disco dal vivo, dopo “solo” dieci anni di carriera, è stato Live/1975-85, un quintuplo (!) LP di quasi quattro ore: più o meno la durata standard di un suo concerto. 

La tournée attuale del cantautore statunitense e della fidatissima E Street Band celebra il trentacinquesimo anniversario della pubblicazione dell’album doppio The River, del 1980. Per l’occasione è stato pubblicato il cofanetto The Ties That Bind: The River Collection, che contiene non solo la versione rimasterizzata del vecchio album doppio ma anche altri due CD: The River - Single Album (anche noto tra i fan con il titolo poi scartato di The Ties That Bind) che ha circolato per molti anni come bootleg, e The River – Outtakes, con altre ventidue tracce estratte dalle sessioni di registrazione di The River tra cui ben undici brani inediti. 

Il cofanetto offre altro materiale su DVD o Blu-Ray, come un’intervista/documentario e riprese dei concerti degli anni ’80, oltre a un libro con saggi critici e materiale fotografico. A testimonianza della grande vena creativa di “The Boss” basti dire che rimangono nelle sessioni di The River, in aggiunta a quanto inserito nel cofanetto, diciotto canzoni ancora da pubblicare (anche se alcune sono state incise da altri interpreti). 

Detto questo, passiamo al concerto: come i fan ben sanno, ogni data dei tour di Springsteen è un esperienza unica perché “The Boss” non ripete mai la stessa scaletta. Infatti solo metà delle trentaquattro canzoni dello spettacolo di domenica 3 luglio sono state riproposte due giorni dopo. 

Martedì 5 luglio le circa sessantamila persone presenti allo Stadio Meazza non hanno accolto gli artisti con una coreografia studiata ad hoc come era successo due giorni prima , ma non hanno certo fatto mancare il supporto ai loro beniamini, e parlo al plurale perché è difficile per un fan di Springsteen immaginarlo sul palco senza la sua E Street Band.  

Il concerto come il disco da cui prende il nome ha alternato momenti rock a ballate intense e commoventi, senza dimenticare qualche cover. Giusto per fare qualche esempio, è stata fantastica l’atmosfera dello stadio illuminato dai fan durante l’esecuzione dell’intimista The River, oppure grande la carica della band e del pubblico durante pezzi come Cadillac ranch, I'm a rocker o Because the night

I fan hanno ritrovato tutto il classico rituale dei concerti di Springsteen, compresi i bis, che come da tradizione prevedono il pubblico impiedi a cantare e ballare, qualche spettatore trascinato sul palco, una gag (stavolta il finto malore con barella), il saluto alla band e la chiusura con la sola chitarra acustica. 

La scaletta dei bis di Springsteen potrebbe quasi bastare a un artista normale per costruire un concerto intero. Ad esempio in questa serata i bis sono stati otto: Backstreets, Born to run, la fantastica Seven nights to rock, Dancing in the dark, Tenth Avenue freeze-out, l’esplosiva cover Shout degli Isley Brothers, Bobby Jean e con la sola chitarra acustica This hard land. 

 

Difficile tornare delusi da un concerto di Springsteen, e anche questa volta nonostante le sessantasei primavere “The Boss” ha trasmesso tutta la sua energia al pubblico. In sintesi, un esperienza da provare e da condividere, quindi fatelo se ne avrete l’occasione, e non abbiate paura di portare anche la famiglia, perché il pubblico di Springsteen (veramente e meravigliosamente eterogeneo) è tanto scatenato durante i concerti quanto educato prima e dopo.

An evening with Joan Baez – Festival di Villa Arconati, Bollate – 19 luglio 2016

 

Anche quest’anno lo storico (è nato nel 1989) Festival di Villa Arconati ha proposto diversi concerti di qualità. In particolare vorrei parlarvi di An evening with Joan Baez, lo spettacolo della settantacinquenne cantautrice statunitense.

 

Joan Baez si è sempre divisa tra la carriera musicale e l’impegno politico, in particolar modo per il pacifismo e i diritti civili, e le due attività sono sempre state strettamente collegate. Basti ricordare l’impegno a fianco del Reverendo Martin Luther King e la conseguente partecipazione alla Marcia su Washington per il lavoro e la libertà (quando il leader di colore tenne il celeberrimo discorso I had a dream): in quella occasione Joan Baez cantò l’inno del movimento per i diritti civili We Shall Overcome al Lincoln Memorial davanti (e insieme) ad una folla di oltre duecentomila persone. 

Comunque l’impegno politico non è, come in altri casi, andato a scapito della qualità della musica. Il repertorio della cantante, soprannominata l’usignolo di Woodstock, spazia in diversi generi e comprende sia brani scritti da lei, sia brani scritti da grandi nomi della musica mondiale. Senza far torto a nessuno vorrei citare Woody Guthrie, Bob Dylan (con il quale Joan Baez ha avuto una lunga relazione sentimentale), John Lennon, Paul Simon, i Rolling Stones e Stevie Wonder. 

Sul palco di Villa Arconati (a mio parere il più bel sito nei dintorni di Milano per i concerti estivi, a patto che vi ricordiate di portare un buon repellente per zanzare) Joan Baez si è presentata inizialmente solo con la sua voce e la sua chitarra acustica, poi con un gruppo di supporto piccolo ma di alta qualità: Dirk Powell (banjo, chitarra, mandolino e piano), Gabriel Harris (percussioni) e Grace Stumber (cantante, una sorpresa veramente molto piacevole). 

 

Forse la voce non è più quella di una volta causa l’età non certo verde, comunque parliamo di un’artista ancora in grado di offre una performance di grandissimo livello e dalla quale certe giovani leve avrebbero molto da imparare, ad esempio nel modo di coinvolgere il pubblico con semplicità ed eleganza introducendo le canzoni. 

Il concerto si è aperto con un omaggio all’Italia e agli anni ’60, ovvero con la cover di Un mondo d’amore, l’inno alla fratellanza inciso nel 1967 da Gianni Morandi, per poi proseguire con i brani del repertorio storico: cito ad esempio God is god, There but for fortune, It’s all over now baby blue, Diamonds and rust, Swing low sweet chariot, Do Right Woman-Do Right Man e The house of the rising sun

 

Non sono mancati anche brani dedicati all’attualità come Deportee (Plane Wreck At Los Gatos), omaggio agli immigrati messicani negli Stati Uniti, o un pezzo composto con le parole della poesia di Nâzım Hikmet La bambina di Hiroshima e brani di Tencere Tava Havasi della band folk turca Kardeş Türküler, da sempre critica verso il governo Erdogan. 

 

Un’altra strizzatina d’occhio al pubblico italiano è arrivata con Bella ciao, mentre è stato veramente commovente l’omaggio a Violeta Parra con Gracias a la vida. Unico piccolo neo del concerto è che è durato un po’ poco, ma non me la sento di pretendere di più da una cantante che a settantacinque anni suonati è ancora in grado di tenere il palco praticamente da sola. 

 

Ad ogni modo i bis da soli potevano giustificare una serata fuori casa. Alla prima chiamata del pubblico, tra il quale sono stato molto lieto di vedere non solo ex sessantottini ma anche qualche giovane curioso di conoscere un monumento del folk, Joan Baez ha risposto con una bellissima cover di Imagine di John Lennon e con The Boxer di Simon & Garfunkel. 

 

Alla seconda chiamata Joan Baez ha prima cantato insieme agli spettatori C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones (ultimo omaggio agli anni ’60 italiani) e poi ha offerto una versione da brividi di The Ballad of Nick & Bart (Here's to You), scritta insieme al nostro Ennio Morricone per la colonna sonora di Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo. Una degna chiusura per una bellissima serata di musica, che ci ha confermato il valore di questa grande artista.

Uomo solo in fila - Teatro Franco Parenti, Milano – 15 e 16 giugno 2016

 

Vorrei rubare qualche minuto del Vostro tempo per uno spettacolo in anteprima nazionale presentato dal teatro Franco Parenti di Milano. Si tratta di Uomo solo in fila - i pensieri di Pasquale, scritto e interpretato da Maurizio Micheli e con la regia di Luca Sandri. 

In realtà si tratta di un piccolo assaggio (due sole serate) di un lavoro ancora da rifinire e che tornerà per la prossima stagione. Come suggerisce anche il titolo, si tratta di un monologo. Ma lasciamo descrivere lo spettacolo allo stesso Micheli: «C'è una coda, ovviamente invisibile, che non si sa perché e quando è cominciata, né quando finirà: forse mai. Dentro la coda, c'è un uomo che ripercorre la sua vita, mentre attende. Pensa agli errori fatti, alle sue scelte, anche ideologiche. Pensa ai sogni franati, alle occasioni perdute, alle gioie e ai dolori. Conversa con altri poveretti in coda, lì allineati non si sa bene per quale motivo». 

Il luogo è astratto: il protagonista pensa che si tratti di Equitalia, ma non ne è sicuro. Non si ricorda bene neppure perché è lì. Attende solo che chiamino il suo numero: non se lo ricorda ma è sicuro che quando lo chiameranno lo riconoscerà. Quindi Pasquale (che si chiama così tutto l’anno, non solo per Pasqua) ne approfitta per fare, come dice Micheli, un bilancio della sua vita. A passare il tempo lo aiuta la musica di Gianluca Sambataro, un pianista gentilmente fornito da Equitalia per alleviare il tedio dell’attesa. 

Lo spettacolo si snoda quindi piacevolmente tra ironia mai volgare e riflessioni non banali sulla nostra storia ma anche sul nostro presente, parlando dell’assurdo della quotidianità che viviamo, soli in mezzo a una folla un po’ come il protagonista della pièce. Ai monologhi di Pasquale si alternano le canzoni che affiorano dalla memoria del protagonista e che ci fanno apprezzare la versatilità di Maurizio Micheli come attore e cantante, perfettamente a suo agio anche con diversi dialetti. 

L’obiettivo, come dice lo stesso autore, è per l’appunto costruire uno spettacolo che rifletta sui nostri problemi quotidiani in modo ironico e non pretenzioso, e che possa attrarre anche i giovani: «Spero che i pensieri del mio Pasquale, eroe universale nella coda della vita, siano tutto fuorché noiosi, presuntuosi. Lo spettacolo ha l'andamento comico, vuole divertire. Vuole parlare a tutti, anche ai più giovani, oggi refrattari al teatro: preferiscono bere una birra, smanettare in Internet, uscire, fare l'amore. Come dargli torto?». 

Al proposito, mi trovo perfettamente d’accordo con questa affermazione dell’autore riguardo ai giovani che non hanno molta esperienza di teatro: «Li terrei però distanti dal teatro di ricerca, spesso noioso, che li allontanerebbe per la vita. Ho sempre in mente Vittorio Gassman, che diceva, quasi fosse un investigatore sulle orme di un assassino: «sospendete le ricerche», per prendere in giro registi e colleghi innamorati di soluzioni sceniche astruse». Se vogliamo delle nuove generazioni di amanti del teatro non spaventiamoli: se le prime esperienze saranno spettacoli di qualità torneranno volentieri, magari anche per vedere il teatro dell’assurdo di Beckett. 

 

La pièce, come già detto, è ancora in fase di lavorazione e sicuramente delle parti saranno limate e riviste a vantaggio del ritmo e dell’efficacia, ad ogni modo è già adesso decisamente interessante e il pubblico ha dimostrato di gradirla non poco.

L’opera da tre soldi – Piccolo Teatro Strehler, Milano – 19 aprile / 11 giugno 2016. 

Torna dopo molti anni di assenza al Piccolo Teatro di Milano L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, per la regia di Damiano Michieletto ed un cast di tutto rispetto, tra cui spiccano Peppe Servillo e l’attrice spagnola Rossy De Palma. 

Questo spettacolo si avvicina ormai al secolo di età: L’opera da tre soldi debuttò infatti nel 1928 al teatro Schiffbauerdamm di Berlino, e trae ispirazione addirittura da uno spettacolo del 1728, L'opera del mendicante (The beggar’s opera), una commedia satirica di John Gay con musiche di Johann Christoph Pepusch. Però è invecchiato molto bene: alla prosa si alternano numeri musicali e cantati come in una sorta di musical ante litteram, e se da una parte i testi sono ancora di grande attualità dall’altra le musiche sono entrate nell’immaginario collettivo. Basti pensare che canzoni come La ballata di Mackie Messer e Jenny dei Pirati sono divenute standard jazz/swing e (spesso nella versione tradotta in inglese) fanno parte del repertorio di tantissimi mostri sacri della musica: senza far torto a nessuno, citerei tra gli altri  Ella Fitzgerald, Nina Simone, Louis Armstrong e Frank  Sinatra. 

La storia si svolge nella Londra della Regina Vittoria tra ladri, poliziotti corrotti, mendicanti, prostitute e diseredati. Ma questa per Gay prima e Brecht poi è solo una scusa per fare satira rispettivamente contro l’aristocrazia e la borghesia, i cui metodi e la cui moralità non sono poi molto diversi da quelli dei criminali di strada: la differenza sta solo nella patina esteriore di rispettabilità. Questo si vede anche a livello musicale: se il lavoro di Gay/Pepush  è musicalmente una parodia del melodramma italiano, quello di Brecht/Weill prende di mira il Jazz, musica nata popolare ma diventata presto colta e amata dalle classi dirigenti. 

Per L’opera da tre soldi Brecht si distacca dalla tradizione del teatro dell’epoca puntando sul cosiddetto effetto di straniamento: l’intento dell’autore era provocare il pubblico e invitarlo a riflettere sulla società moderna e sui suoi problemi, e per questo gli spettatori non devono immedesimarsi ma mantenere un certo distacco dai personaggi, e spesso la messa in scena delle opere aiuta a sottolineare che si tratta di finzione con strumenti come scenografie spoglie, attori che portano cartelli o frasi proiettate sulle pareti. Inoltre gli attori rompono frequentemente quella che in gergo teatrale si chiama "quarta parete", rivolgendosi direttamente al pubblico in sala. 

In realtà lo spettacolo è molto più ironico e divertente di quanto non possa sembrare parlandone da un punto di vista della teoria del teatro. Non bisogna certo farsi illusioni sulla natura umana (come canta la famiglia Peachum “Signori il mondo è misero, è cinico, è perfido. Ma certo l’uomo è misero, è cinico, è perfido”), personaggi positivi non se ne trovano molti e il messaggio alla fine non è rassicurante, però il senso dell’umorismo di Brecht fa spesso capolino qua e là. Memorabile e attualissima la battuta di Mackie Messer: “Cos’è più grave, fondare una banca o svaligiare una banca?”. 

In sintesi, uno spettacolo che ha fatto la storia del teatro e che vale sempre la pena di vedere, specialmente in un buon allestimento. Parlando in dettaglio di questa edizione, posso dire che la regia di Michieletto mi è piaciuta. L’ambientazione durante un processo, tra un’aula di tribunale e un carcere, con scenografie scarne ma efficaci e i cambi di scena affidati al cast che rimane sempre in scena quasi al completo, mi è sembrata un’idea molto adatta allo spirito di Brecht. 

Per quanto riguarda invece il cast, senza fare scomodi paragoni con le due edizioni dirette da Strehler (la prima del 1956 con Milly, Mario Carotenuto e Tino Carraro; la seconda del 1973 con Milva, Domenico Modugno, Giulia Lazzarini e Gianrico Tedeschi) devo dire che non tutti mi hanno convinto, anche se bisogna dire che non è certo uno spettacolo creato per le esibizioni di bel canto. 

 

Innanzitutto promuoverei a pienissimi voti per recitazione e canto Maria Roveran (Polly Peachum – una gioia per occhi e orecchie),  Margherita di Rauso (Celia Peachum) e Stella Piccioni (Lucy).  Ho trovato Peppe Servillo (Jonathan Peachum) perfettamente a suo agio, ma questa non è certo una sorpresa, e non mi è dispiaciuto Marco Foschi (Mackie Messer). Sono rimasto invece deluso da Sergio Leone (Jackie “Tiger” Brown) e sopratutto da Rossy De Palma (Jenny delle Spelonche), attrice di gran classe ma forse poco abituata a cantare. Ad ogni modo nel complesso un buon allestimento, piacevole e gradito dal pubblico, per il quale vale la pena di uscire di casa una sera.

LA CENA DELLE BEFFE – Teatro alla Scala, Milano – 3 aprile / 7 maggio 2016

 

Il Teatro alla Scala ha messo in cartellone per questa stagione una delle più interessanti literaturoper della prima metà del Novecento: La cena delle beffe di Umberto Giordano, che debuttò proprio alla Scala nel dicembre 1924 per la direzione di Arturo Toscanini.Come dicevamo si tratta di una literaturoper, quindi non c’è una riduzione librettistica vera e propria scritta in funzione della musica: il compositore deve invece usare come base un testo letterario o teatrale non pensato per essere musicato cercando di rispettarlo quanto più possibile.

 

Nel caso de La cena delle beffe Giordano usò come base l’omonimo poema drammatico in quattro atti di Sem Benelli, che debuttò al Teatro Argentina di Roma nel 1909. La scrittura in versi (endecasillabi) eppure piuttosto prosaica, lo stile neoromantico, l’ambientazione storica nella Firenze dei Medici e la trama melodrammatica a base di gelosie, vendette e tradimenti con anche una spruzzatina di psicanalisi hanno garantito a questa pièce un successo immediato su scala nazionale e internazionale: basti ricordare un adattamento con Sarah Bernhardt en travesti a Parigi nel 1910 e uno successivo con John e Lionel Barrymore, che ha contato 256 repliche al Plymouth Theatre di New York. Senza dimenticarsi della bella versione cinematografica del 1942 di Alessandro Blasetti con Amedeo Nazzari e Clara Calamai, che Vi invito a vedere: c’è molto di più del seno nudo di Chiara Calamai per il quale è universalmente noto. 

 

Quando Giordano contattò Benelli nel 1917 per acquistare i diritti per un eventuale trasposizione della pièce in opera scoprì di essere stato preceduto, ma alla fine di una lunga e faticosa trattativa riuscì ad ottenerli nel 1923. Giordano poté quindi avvalersi dell’aiuto dello stesso Benelli per gli aggiustamenti necessari: fu tagliata più della metà del testo ma soprattutto furono aggiunti dei versi per una scena cardine dell’opera, dove troviamo uno dei motivi musicali ricorrenti: quella in cui Ginevra, nel secondo atto, dichiara la sua attrazione per Giannetto.Anche l’opera, come già la pièce teatrale, ebbe fin dalla prima un gran successo di pubblico (la critica invece si divise): in soli sei anni era già stata rappresentata in 40 città in tutto il mondo. Questo successo si rivelò però effimero e le rappresentazioni dopo il 1930 divennero sporadiche, anche se La cena delle beffe non è mai uscita completamente dal repertorio dei teatri lirici. Per il Teatro alla Scala si tratta invece della prima riedizione dopo il debutto del 1924.Come già detto, l’opera è ambientata nella Firenze dei Medici e narra del misto di odio e ammirazione che Giannetto Malespini nutre per Neri Chiaramantesi, bello, forte e insolente, che ha Giannetto come vittima preferita dei suoi crudeli scherzi da bullo ante litteram. La molla che trasforma il mite Giannetto da vittima in carnefice è l’amore per la bella e sensuale Ginevra, che Neri ruba a Giannetto. Ma la beffa organizzata da Giannetto come vendetta alla fine conduce Neri ad uccidere sia Ginevra che (per errore) il proprio fratello Gabriello, e questo fa passare Neri da una follia simulata a una pazzia reale.

Lo spettatore certamente si identifica con Giannetto, ma si fa veramente fatica a trovare un personaggio positivo in questa vicenda: i tre protagonisti maschili hanno tutti un forte lato torbido e i loro rapporti non possono essere certo definiti sani, e la femme fatale Ginevra non è sicuramente un esempio di virtù e di coerenza quanto lo è di sensualità e fascino. La sola Lisabetta rimane sempre fedele a suo amore per Neri e lo aiuta per quanto possibile, però è anche inspiegabilmente attaccata (come purtroppo molte altre donne innamorate) ad un uomo che la maltratta.

Milano per Gaber - I padri miei, i padri tuoi – Piccolo Teatro Grassi, Milano - 28 Aprile 2016

 

Questa volta vorrei spendere due parole per un piccolo ma molto interessante spettacolo inserito nell’ormai tradizionale manifestazione Milano per Giorgio Gaber, che ci accompagna dal 2008. Si tratta de I padri miei, i padri tuoi, un omaggio dell’attore e autore milanese Gioele Dix al compianto Giorgio Gaber, dei cui lavori è stato fin da giovane un grande ammiratore. 

Non è la prima apparizione in questa rassegna di Gioele Dix, che questa volta prende spunto dalle due canzoni di Giorgio Gaber che danno il titolo allo spettacolo per parlarci del rapporto tra padri e figli e della sua evoluzione nel corso delle fasi della nostra vita tra affetto, conflitti generazionali e riconciliazioni, alternando pezzi pescati dalla vastissima produzione di Gaber con altri tratti dal suo repertorio o dalle sue esperienze personali di uomo e padre. 

Oltre alle canzoni di Gaber diventano quindi argomento dello spettacolo delle letture che oscillano tra il sacro e il profano: senza perdere d’occhio il filo conduttore si passa infatti da un racconto dello scrittore americano Paul Auster a una fulminante citazione di Prévert, dall’Odissea alla Bibbia. In questa parte dello spettacolo emerge l’identità ebraica di Gioele Dix, che al libro sacro ha dedicato anni fa un gustosissimo spettacolo intitolato La Bibbia ha (quasi) sempre ragione.Gioele Dix ha avuto il suo successo come cabarettista e lo spettacolo ha un tono scanzonato e ironico ma è molto più profondo di quanto non sembri a prima vista. Ci si può infatti divertire anche trattando argomenti come il rapporto di Telemaco con un padre allo stesso tempo ingombrante ed assente come Ulisse, o come la strana relazione tra il Dio della Genesi e il suo primo “figlio” Adamo.

Quindi se vi ricordate Gioele Dix solamente nei panni dell’automobilista inc…zato come una bestia o per le sue apparizioni con la Gialappa’s Band a Mai dire Gol vi ricrederete: una carriera teatrale di oltre quarant’anni non si costruisce per caso. Anche i fan di Giorgio Gaber non rimarranno delusi: in questa piccola pièce c’è molta attenzione e rispetto per il lavoro del grande artista milanese. Personalmente mi sono commosso risentendo Il mestiere del padre, un pezzo dedicato a un padre divorziato e alle sue domeniche da trascorrere con la figlia piccola, affidata dal tribunale alla madre e al suo nuovo compagno.  In sintesi, uno spettacolo vivamente consigliato, e non solo per senti rivivere le canzoni di Gaber.

 

 

I DUE FOSCARI – Teatro alla Scala, Milano – 25 febbraio / 25 marzo 2016

 

La stagione 2015/2016 del teatro alla Scala ha visto il ritorno de I due Foscari di Giuseppe Verdi, in una nuova produzione con la direzione del maestro Michele Mariotti e la regia di Alvis Hermanis. Nel ruolo di Francesco Foscari si sono alternati Plácido Domingo e Luca Salsi.Il libretto, scritto da Francesco Maria Piave, si ispira al dramma omonimo di Byron che a sua volta ha tratto spunto da vicende realmente accadute a Venezia: Francesco Foscari fu infatti Doge della Repubblica di Venezia per più di 34 anni, dal 1423 al 1457. Il suo fu il dogato più lungo della storia della città, e terminò con l’abdicazione forzata in seguito agli scandali legati alle vicende del figlio Jacopo raccontati nell’opera. Il vecchio Doge morì pochi giorni dopo l’abdicazione.Byron prima e Piave poi durante la stesura delle loro opere si sono presi qualche libertà rispetto alla realtà storica: i tempi dell’azione risultano compressi per evidenti esigenze sceniche e della drammaturgia, ma la sostanza degli eventi rimane invariata. 

Si tratta di una vicenda di potere, intrighi, vendette e assassinii che certo non dà una bella immagine della Repubblica di Venezia: non è un caso che lo stesso Verdi avesse già pensato a questo soggetto nel 1843 quando era stato contattato dal Teatro La Fenice di Venezia ma che poi lo avesse scartato per paura di problemi con la censura ripiegando su Ernani. D’altra parte il coro di apertura del primo atto ci presenta il Consiglio dei Dieci (organo che sorvegliava la sicurezza dello Stato) che parla di Venezia cantando “Silenzio, mistero la serbino eterna, sian l’anima prima di chi la governa, ispirin per essa timore ed amor. Silenzio, mistero, silenzio, mister”. 

Il dramma di Byron tornò invece utile l’anno dopo, quando Verdi dopo il gran successo di Ernani ricevette una commessa dal Teatro Argentina di Roma che rifiutò la prima proposta del maestro di Busseto (un lavoro su Lorenzino de' Medici). Ma Verdi con preveggenza aveva chiesto a Piave di lavorare anche su I due Foscari, suggerendo al librettista di seguire fedelmente il testo di Byron. 

In realtà, a una seconda lettura, Verdi si rese immediatamente conto dei punti deboli del soggetto e cominciò a dare precise istruzioni a Piave e a controllarne strettamente il lavoro per cercare di intervenire dove possibile, spezzando la monotonia delle tinte fosche del dramma e introducendo un po’ d’azione in una trama decisamente esile. Ricordiamo infatti che Verdi, tre anni dopo la prima, scrisse a Piave “Nei soggetti naturalmente tristi, se non si è ben cauti si finisce a fare un mortorio, come per modo d’esempio i Foscari, che hanno una tinta, un colore troppo uniforme dal principio alla fine”. 

Nonostante questi tentativi, il risultato è sicuramente un opera molto più intimista rispetto a lavori precedenti come il Nabucco e i Lombardi. Le scene corali sono ridotte e tutto ruota intorno ai tre personaggi principali, in particolar modo intorno al Doge Francesco Foscari, che lotta per tutta l’opera contro sentimenti contrastanti: da un parte l’amore per il figlio Jacopo, prima coinvolto in gravi scandali e poi accusato di omicidio, dall’altra i doveri verso la Repubblica di Venezia imposti dalla sua carica. 

Certo la situazione del Doge non è facile: da un lato la nuora Lucrezia gli chiede di usare il suo potere per intervenire a favore del figlio (l’unico sopravissuto dei quattro avuti), dall’altro tutti gli ricordano che Venezia ha delle leggi a cui anche il Doge deve sottostare, e perfino il suo servitore si permette, prima dell’incontro con Lucrezia venuta a intercedere per il marito, di ammonirlo: “Non iscordare, Doge, chi tu sia”. Quindi si capiscono facilmente i motivi della disperazione del vecchio Foscari (“Eccomi solo alfine… Solo! E il sono io forse? Dove de’Dieci non penetra l’occhio? Ogni mio detto o gesto, il pensiero perfin mi è osservato… Prence e padre qui sono sventurato!”). 

Sicuramente il suo nemico giurato Jacopo Loredano, anima del Consiglio dei Dieci, cerca di sfruttare le leggi per la sua vendetta personale contro la famiglia Foscari. Però è una bella lezione di morale anche per i nostri tempi sentire il Consiglio cantare “Al mondo sia noto, che qui contro i rei, presenti o lontani, patrizi o plebei, veglianti son leggi d’eguale poter.” 

Come dicevamo, tutto ruota intorno ai sentimenti e agli stati d’animo dei tre protagonisti Francesco e Jacopo Foscari e Loredana Contarini, e la trama è decisamente scarna: Jacopo Foscari è condannato all’esilio solitario a Creta e muore di dolore ancor prima di partire, quindi il Doge riceve quasi allo stesso momento la prova dell’innocenza del figlio e la notizia della sua morte, infine il Consiglio dei Dieci su pressioni di Jacopo Loredano chiede le dimissioni di Francesco Foscari che, avendo perso figlio e potere, vecchio e provato muore a sua volta di crepacuore. 

Dal punto di vista musicale invece l’opera può essere considerata da certi punti di vista sperimentale per l’ancora giovane Verdi anche grazie al soggetto intimista: migliora la raffinatezza della partitura e la capacità di caratterizzare musicalmente le situazioni e gli stati d’animo dei personaggi a scapito di certi effetti piacevoli ma un po’di “grana grossa” della produzione precedente, i numeri musicali non sono più chiusi e indipendenti ma ben raccordati tra di loro, inoltre ad ognuno dei personaggi principali è associato un tema che ricorre poi nel corso dell’opera. Quindi nonostante il colore musicale monocorde I due Foscari è un’opera godibilissima. 

Per questa edizione il regista e scenografo ha adottato una soluzione minimalista, con pochissime suppellettili, qualche leone di San Marco messo talvolta a mio parere un po’a casaccio (ad esempio nella scena della prigione) e sfondi filmati a Venezia e proiettati su pannelli mobili in compensato. La soluzione può piacere o non piacere ma di sicuro il vuoto angosciante della scena ben si è sposato all’atmosfera cupa de I due Foscari. Originale invece la scelta di mettere in scena dieci mimi che caricaturano il Consiglio dei Dieci: muovendosi mascherati nell’ombra simboleggiano le trame oscure e gli inganni. Piacevoli inoltre a mio parere i costumi: una volta tanto un Doge vestito da Doge e non “modernizzato” con un vestito da impiegato del catasto.Per quanto riguarda invece direzione e cantanti, avendo letto delle critiche negative sulla prima (con Plácido Domingo che non tutti apprezzano nella nuova carriera di baritono) ero un po’prevenuto. Però nella replica a cui ho assistito il maestro Mariotti ha dovuto essere sostituito all’ultimissimo minuto causa febbre dal giovanissimo collega Michele Gamba, arrivato in teatro non più di cinque minuti prima dell’inizio dello spettacolo e, considerando anche questa attenuante, la prova di orchestra, coro e cantanti (Luca Salsi, Francesco Meli e Anna Pirozzi) mi è sembrata veramente di buon livello e gli applausi a fine spettacolo giustamente non sono mancati. Speriamo anzi di rivedere presto Michele Gamba alla Scala.

LA NAVE FANTASMA – Teatro Filodrammatici, Milano – 1 / 6 marzo 2016

 

Torna a Milano uno degli spettacoli storici del Teatro della Cooperativa che, nono stante siano passati più di dieci anni dal debutto (datato 2004), è ancora attualissimo: La nave fantasma parla infatti del naufragio, avvenuto il 25 dicembre del 1996 al largo delle coste siciliane, di un battello carico di migranti provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. Le vittime furono 283: all’epoca la più grande tragedia navale avvenuta nel Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 

Questa grande strage è però passata completamente inosservata: pochissima eco sui media e nessun interesse da parte della politica e delle autorità competenti. Anche i pescatori della zona hanno cercato di non dare rilievo alla cosa: cadaveri e relitti catturati dalle reti a strascico sono stati tutti ributtati a mare perché un’eventuale denuncia a Polizia o Carabinieri avrebbe comportato il fermo della barca per indagini, causando quindi la perdita dell’unica fonte di reddito per gente che non nuota certo nell’oro. 

Solamente nel 2001, grazie a un’approfondita inchiesta condotta dal giornalista de "La Repubblica" Giovanni Maria Bellu, è stato possibile rintracciare e filmare il relitto e il suo carico di cadaveri. 

Questo reportage è alla base dello spettacolo teatrale, scritto per l’appunto da Bellu e dalla coppia di autori/attori Renato Sarti (che cura anche la regia) e Bebo Storti, che hanno definito il loro lavoro come una sorta di “cabaret tragico”. Infatti si ricorre a tutte le tecniche tipiche del teatro comico e del cabaret come l’improvvisazione e il coinvolgimento continuo del pubblico. 

Il racconto si dipana quindi in equilibrio tra il comico ed il tragico e i momenti divertenti non influiscono sulla rigorosità della ricostruzione: si ride anche molto quando Bebo Storti fa da mattatore e Renato Sarti da spalla (memorabile l’imitazione dell’Onorevole Borghezio), perché i due collaborano già dalla metà degli anni ’80 e l’intesa è perfetta, ma non si perde mai di vista l’argomento dello spettacolo. 

Due storie simboleggiano efficacemente la disparità di comportamento da parte dei mezzi di comunicazione di massa e delle autorità: da una parte quella di Anpalagan Ganeshu, diciassette anni, cingalese partito insieme al fratello in cerca di lavoro in Inghilterra, il cui documento di identità plastificato è finito nel 2001 nelle reti dei pescatori di Portopalo, dando finalmente un nome a uno dei naufraghi. Dall’altra quella di Francesca Vacca Agusta, scomparsa nel mare di Portofino sempre nel 2001: un giallo che solleticando la fantasia morbosa del pubblico ha visto un copioso spiegamento di mezzi da parte della nostre forze dell’ordine e ha tenuto banco per mesi in televisione e sui giornali. 

Il racconto teatrale si svolge quasi senza scenografia e con pochissimi mezzi scenici, anche se dobbiamo citare le videografiche su disegni del grande scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. Questo però non va a scapito dell’efficacia della narrazione e del coinvolgimento del pubblico: si tratta infatti di teatro sicuramente di poca forma ma di gran sostanza. Il momento culminante della ora e mezza di spettacolo (leggermente accorciato rispetto alla versione originale) è la scena finale, quando si ricostruisce con l’aiuto di alcuni spettatori il momento del naufragio. 

 

Questo spettacolo è un’ottima opportunità per scoprire le doti di Renato Sarti come autore, regista e interprete di “teatro civile”: sicuramente è meno noto di altri protagonisti delle scene italiane come Marco Paolini o Ascanio Clestini ma ha talento da vendere. Chi invece non conosce Bebo Storti o se lo ricorda solamente per le apparizioni televisive, per esempio a Su la testa!, Cielito lindo e Mai dire Gol (dove interpretava tra gli altri il Conte Uguccione) avrà una piacevole sorpresa: è un altro caso di attor comico che si trova perfettamente a suo agio anche in ruoli diversi. Uscendo da teatro vi accorgerete che lo spettacolo vi ha fatto divertire, commuovere ma anche riflettere, sul dramma dei migranti ma anche su noi stessi: decisamente consigliato.

Molière: la recita di Versailles – Piccolo Teatro Strehler, Milano – 12 / 24 gennaio 2016

 

A gennaio gli spettatori del Piccolo Teatro di Milano hanno avuto la fortuna di rivedere Paolo Rossi calcare la scena. L’attore, autore e regista di Monfalcone (ma milanese d’adozione) ha una predilezione per i classici in generale e per Moliére in particolare: infatti nel suo repertorio figurava già il divertente Questa sera si recita Moliére del 2002. 

Quindi perché tornare su un soggetto già trattato? Lasciamo la parola allo stesso Paolo Rossi: “è capitato spesso che quando si provavano altri spettacoli, in un angolo della mia testa un pensiero per lui ci fosse sempre. Perché? Perché Molière mi piace, mi fa godere e mi consola. Mi affascinano soprattutto le voci che circolano sul suo lavoro, sulla sua vita privata, sulle scadenze, le commissioni, sui temi pericolosi da recitare in un ambiente ancor più pericoloso, sulle rivalità degli altri teatri; ma soprattutto sulle leggende - le chiamerei così - sulla sua compagnia. Compagnia che mi è sempre apparsa come una famiglia che oggi chiamerebbero allargata. Ecco avrei voluto vivere e recitare con loro, anche se poi ho sempre voluto che le compagnie con cui ho lavorato diventassero una famiglia. Quelle belle famiglie con tante persone e non poche solitudini, al di là delle differenze, dell’ideologia, delle tensioni… Costrette a restare unite amorevolmente per affrontare nuove sfide. Magari improvvisando per giocare con Le Improvvisazioni di Versailles.” 

Ecco spiegata la scelta del testo. Le Improvvisazioni di Versailles sono un classico esempio di teatro nel teatro, che anticipa in un certo senso i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello: cosa succede a un capocomico (lo stesso Molière) e alla sua compagnia se è il Re Sole in persona a chiedere una commedia nuova di zecca che sia pronta per la sera stessa? 

Molière ci fa assistere alle prove di questo spettacolo, improvvisato pur pescando ove possibile nel repertorio della compagnia: tra gli attori serpeggia però il malcontento, perché non hanno avuto tempo sufficiente a imparare le parti, e rimproverano a Molière di non aver pensato a un testo che parodiasse gli attori della compagnia rivale dell’Hôtel de Bourgogne, che erano stati molto critici nei loro confronti (a questo proposito giova ricordare che pare sia stato il Re Sole stesso, che si divertiva a stuzzicare la rivalità tra le compagnie teatrali, a suggerire a Molière il tema di questo atto unico). 

Le prove quindi proseguono, con Molière che si diverte a non solo a dirigere, ma anche a prendere in giro i suoi attori, fino a quando tutta la compagnia perde la testa all’annuncio dell’arrivo di Luigi XIV, che reclama l’inizio dello spettacolo. Fortunatamente però il Re capisce l’imbarazzo degli attori e tramite un messaggero concede un rinvio. 

La versione riveduta e corretta da Stefano Massini, Paolo Rossi e Giampiero Solari (che cura anche la regia) sottolinea il dramma del capocomico: come rimanere calmi e dare al Re qualcosa di originale in poche ore? Soprattutto considerando che si è in lotta contro tutto e tutti: i soldi che non bastano mai, la critica feroce, le compagnie rivali, i suoi stessi attori ma soprattutto le sue attrici, che sono anche le donne della sua vita (rispettivamente moglie e suocera). Non è facile creare con tutti questi pensieri in testa e con il timore che il lavoro possa non piacere a un committente di tale fatta… 

In questo spettacolo vediamo un alternarsi di momenti tratti dalla biografia di Molière e di estratti da capolavori come Il misantropo, Il tartufo e Il malato immaginario, che offrono ottimi spunti per creare un parallelo con il mondo attuale e per riflettere argutamente su argomenti validi oggi come allora: la condizione degli artisti (che pare non essere molto cambiata, almeno dal punto di vista economico), l’ipocrisia della società, la relatività della morale, la mediocrità che viene sempre più spesso premiata dal successo. Inoltre Paolo Rossi gioca anche sui parallelismi biografici tra la sua esperienza ormai quasi quarantennale di teatrante e quella di Molière. 

 

Il risultato è uno spettacolo divertente, che tiene incollato lo spettatore alla sedia grazie non solo al mattatore Paolo Rossi ma anche a un cast di ottimo livello, con undici tra attori e musicisti a dividere il palco con il protagonista, senza dimenticare le canzoni originali di Gianmaria Testa. Insomma, una commedia per cui vale certamente la pena uscire di casa.

IL NOSTRO ENZO… RICORDANDO JANNACCI – Teatro Elfo Puccini, Milano – 7 / 10 gennaio 2016

 

Devo dire che quando ho sentito parlare di questo spettacolo mi sono incuriosito e un po’sorpreso: pur sapendo infatti dell’affetto di Moni Ovadia per la sua città d’adozione, non mi aspettavo che questo autore, attore e cantante di famiglia ebraica, da sempre lodevolmente impegnato nel recupero e nella rielaborazione del patrimonio culturale degli ebrei askenaziti (cioè dell’Europa centro orientale e di lingua Yiddish), dedicasse un lavoro a una delle icone della cultura milanese come Enzo Jannacci. 

La sorpresa era però solamente legata al tema dello spettacolo, in quanto non avevo dubbi riguardo alla dimestichezza di Ovadia, cresciuto a Milano negli anni cinquanta quando il dialetto era ancora diffusissimo, con il vernacolo meneghino. 

Il nostro Enzo ha debuttato al Festival Astiteatro nel luglio 2014, in una versione con la musica dal vivo eseguita dalla Filarmonica Toscanini, mentre per la ripresa della stagione 2015/16 Moni Ovadia ha deciso di affidare l’accompagnamento al maestro Alessandro Nisi. Il risultato è quindi uno spettacolo minimalista: sul palco troviamo solo un cantante/presentatore e un pianista. 

Ma a una “povertà” di mezzi fa da contraltare una gran ricchezza di contenuti, e come potrebbe essere diversamente pescando nel repertorio di Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista e attore ma a tempo perso anche cardiochirurgo? Moni Ovadia si concentra sull’attività di Jannacci in campo musicale, ma questo già basta per spaziare dalla canzone dialettale al jazz passando per il pop e il rock. Qualche pezzo è interamente farina del sacco di Jannacci, qualcun altro è scritto a quattro mani con amici fraterni del calibro di Dario Fo e Giorgio Gaber, altri infine sono pescati dalla tradizione popolare o sono “cover” di gran lusso (basti pensare alla struggente Ma mi, testo di Giorgio Strehler e musica di Fiorenzo Carpi): di sicuro non ci si fossilizza in un solo genere. 

Moni Ovadia non pretende di imitare l’originale e decide di adattare le canzoni al suo stile personale, però questo non dispiace: lo stesso Jannacci spesso modificava in concerto testi e arrangiamenti. Lo spettacolo diventa quindi un omaggio a Enzo Jannacci e ai suoi molteplici talenti ma anche al dialetto (milanese e non), alla sua ricchezza di sfumature ed espressività. 

Lo spettacolo si apre con Vengo anch' io, no tu no, forse il più gran successo commerciale di Jannacci, che dietro l’apparenza leggera del tormentone cela una velata critica al conformismo della società e all’emarginazione del diverso. Ma per spiegare l’importanza e la potenza del dialetto si passa subito a una poesia di Ignazio Buttitta in siciliano stretto, Lingua e dialettu: come dice il poeta, un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ricevuta dai padri. Altro salto: Ovadia recita a supporto della teoria un sonetto di Carlo Porta - con Leopardi il più gran poeta dell’800, secondo Manzoni - che si intitola I richess del vocabolari milanes dove troviamo nientemeno che 36 modi di dire “co...ne”. 

Le canzoni di Jannacci anche grazie al dialetto danno voce alla povera gente, che vive e muore non certo sotto i riflettori dei media. Lo spettacolo è una carrellata di facce di una Milano che ormai non esiste più, si parla di guerra e resistenza con Sei minuti all'alba e Senza de ti, di prostituzione con T’ho compraa i calzett de seda (cun la riga nera) e M'han ciamàa, di operai con Vincenzina e la fabbrica (scritta appositamente per la colonna sonora di quel piccolo capolavoro che è Romanzo Popolare di Mario Monicelli), dei barboni e dei poveri con Andava a Rogoredo, El portava i scarp del tennis e Ti te sé no. Ma si sorride anche con capolavori di ironia come L'Armando e Veronica (che però guarda caso fa la prostituta al cinema/teatro Carcano…). 

A volte ci si commuove, altre volte si ride, comunque si nota come questi personaggi mantengano sempre una loro dignità anche nelle situazioni più disperate e pur vivendo ai margini della società. Moni Ovadia inoltre arricchisce ogni canzone di un cappello introduttivo fatto di commenti arguti, ricordi personali, aneddoti e spiegazioni (che per chi non mastica il dialetto milanese  possono risultare utili) che caratterizzano da anni il suo modo di far teatro. Il pubblico in sala ha dimostrato di apprezzare e lo spettacolo funziona bene sia con chi conosce bene il repertorio di Jannacci (in questo caso può anche scappare la lacrimuccia di commozione), sia con chi si accosta a questo cantautore per la prima volta. Insomma, decisamente consigliato. 

Se comunque avete ancora due minuti da dedicarci e volete capire qualcosa in più dello spirito di questo spettacolo Vi invito a leggere l’articolo che Moni Ovadia ha scritto per la Stampa in occasione della morte di Enzo Jannacci riportato qui sotto:

 

Il bardo dei poveri cristi

 

Il grande, grandissimo Enzo Jannacci ci ha lasciati. Oggi noi milanesi siamo diventati orfani e insieme a noi l'Italia intera ha perso uno dei suoi figli più autentici. È stato in assoluto, a mio parere, il più originale poeta della canzone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare e insieme un artista della scena e del cinema inarrivabile nel suo essere stralunato e surreale. 

Il suo talento di musicista si esprimeva al meglio nel jazz come nel rock, ma la fonte più intima della sua prodigiosa ispirazione era l'humus poetico-culturale delle periferie urbane e specificamente quelle della sua Milano. La "capitale morale", quando Jannacci fece la sua comparsa sulle scene della canzone e del cabaret, era una metropoli industriale in pieno ed impetuoso sviluppo, dava lavoro, chiamava gli immigrati dalle periferie meridionali orientali ed isolane dello Stivale. Ma la stessa orgogliosa città, albergava nei suoi interstizi e nei suoi sottofondi, la povera gente, i disperati, i fuori di testa, gli esclusi, i sognatori senza voce, i terroni, gli abbandonati dall'amore e dalla vita, le puttane navi scuola da strada e da cinema.

Di tutti questi poveri cristi, lui è stato il cantore assoluto. Jannacci ne ha colto, incarnato e raccontato la storia, le emozioni, i sentimenti e la vita vera. Di quel popolo ha interpretato la malinconica, maleducata e balorda grazia, ha rivelato che la poesia dei luoghi, fiorisce nei gesti impropri e sgangherati degli ultimi fra gli ultimi, nella loro grandiosa lingua gaglioffa e sfacciata. 

Enzo non era nato povero cristo, aveva fatto ottimi studi in ogni senso, ma quella condizione l'aveva incorporata con arte alchemica. L'aveva assunta nel volto fisso alla Buster Keaton, nei gesti liricamente scomposti, nel modo di suonare la chitarra tenuta bloccata sotto il mento, nella fibra e nel canto della lingua vernacola di cui esprimeva l'anima e di cui aveva trasferito l'umore triste e gagliardo anche nell'italiano. Tutta questa sapienza confluiva nella sua inimitabile voce sguaiata e sul crinale precario della sua intonazione che dava vita ad un capolavoro espressivo e stilistico. Jannacci è stato un caposcuola e il caposcuola di se stesso. Con lui se ne va la Milano più struggente e necessaria. Sarà difficile andare avanti.